Immagine cubista in bianco e nero di una città e i suoi abitanti

L’architettura, e tutte le sovrastrutture che porta con sé, non è solo un mezzo per strumentalizzare lo spazio e far fronte alle necessità di riparo ma è molto di più, è un disegno continuo dell’abitare dell’uomo, o un disegno della continua necessità dell’uomo di abitare dentro i luoghi, naturali o artificiali che siano, tutti riproduzione, descrizione del primo luogo, sempre.

La casa è anzitutto luogo antropologico, un luogo abitato dall’uomo che non è solo uno stare, ma anzitutto un essere.

Gli spazi che viviamo si modificano e si evolvono con la stessa velocità con cui lo facciamo noi, sono un continuo riflesso della nostra persona.
La mutabilità del nostro animo, le nostre aspirazioni e speranze, i nostri valori: tutto questo influisce continuamente sugli spazi con cui coesistiamo. La forma è significato. La forma è essenza.

Quando costruiamo non facciamo altro che staccare una quantità conveniente di spazio, isolarla e proteggerla, e tutta l’architettura deriva da questa necessità.
Geoffrey Scott, 1914

Necessità. Sembra che l’uomo, dopotutto, viva, o forse meglio sopravviva, grazie al suo innato senso di tutela di sé stesso.

Costruire è il modo più immediato ed efficace che conosce per farlo: lavorando nelle tre dimensioni recinta spazi, recintando luoghi che pensa di aver generato ma che di fatto vengono estrapolati dalla natura e dalle sue relazioni.

L’uomo crea dentro e fuori di sé dei e limiti, creando alla fine della propria porzione di mondo confini e barriere.

L’architettura è il frutto di quest’atto primordiale, simile alla creazione individualista del bambino, nel tentativo tutto umano di rapportarsi (e spesso imporsi) a uno spazio naturale privo di segni umani in cui riconoscersi, con l’esigenza inoltre di trovare riparo, il proprio nido.

Assumendo lo spazio a minimo comune multiplo dell’architettura e delimitandolo – anche solo simbolicamente- egli crea un interno e un esterno, un finito e un infinito. La cultura greca è molto chiara in merito: la limitatezza è la chiave della conoscenza e della rappresentazione.

L’ utilizzabile è necessariamente misurabile, l’esperibile verificabile, il valutabile quantificabile.

In questo senso, parafrasando Geoffrey Scott, l’architettura deriva dalla necessità di proteggersi, isolando uno spazio conveniente staccandolo dal resto dello spazio mutevole e pericoloso tramite una costruzione.

Immagine del progetto Running Fence

Christo and Jeanne-Claude
Running Fence, Sonoma and Marin Counties, California, 1972-76

Si parla davvero solo di questo? Di un’auto-costrizione in una cella che sia il più possibile isolata dal circostante, nel continuo tentativo di eliminare le variabili e i cambiamenti che la vita porta come sua intrinseca sostanza?

L’architettura, e tutte le sovrastrutture che porta con sé, non è solo un mezzo per strumentalizzare lo spazio e far fronte alle necessità di riparo ma è molto di più, è un disegno continuo dell’abitare dell’uomo, o un disegno della continua necessità dell’uomo di abitare dentro i luoghi, naturali o artificiali che siano, tutti riproduzione, descrizione del primo luogo, sempre.

Anche quando pensa di averlo manomesso quel mondo è lì, pregno di tutti i suoi componenti e gli effetti argomentati, concretizzati, resi esperibili dalla e nella materia, non sono niente altro che il suo approssimarsi alla grotta.

Andrea Staid nel suo saggio “Abitare Illegale” spiega questa inevitabile conseguenza dell’Esistere umano «La casa è anzitutto luogo antropologico, un luogo abitato dall’uomo che non è solo uno stare, ma anzitutto un essere»(1).

Gli spazi che viviamo si modificano e si evolvono con la stessa velocità con cui lo facciamo noi, sono un continuo riflesso della nostra persona.

La mutabilità del nostro animo, le nostre aspirazioni e speranze, i nostri valori: tutto questo influisce continuamente sugli spazi con cui coesistiamo.

La forma è significato. La forma è essenza. «Abitare», scrive Ivan Illich in “Volontà”, «è una delle principali caratteristiche dell’uomo. La casa è il luogo umano per eccellenza. In molte lingue vivere e abitare sono sinonimi. Domandare a qualcuno dove vivi? è in verità chiedere nozione sul luogo dove si svolge la sua attività quotidiana, che dà forma al mondo»(2).

Per semplificare la comprensione di questo concetto radicale, ma allo stesso tempo fuggevole, sfuggente e multiforme, è utile forse affrontarlo con tre sguardi o strumenti differenti, sebbene interdipendenti. L’atto di abitare, in tutta la sua complessità, mostra e definisce la relazione che l’uomo intraprende nei confronti di se stesso, verso una comunità di uomini e un ambiente geo-biologico, di cui è costantemente corpo e parte.

Intervenire e modificare il paesaggio naturale –spesso compromettendolo– è espressione di un’esigenza umana che nella sua origine nomade non c’era: attribuire senso e scopo alla materia. L’uomo diventando stanziale ha legato i suoi habitat alle sue abitazioni, costruendone un abito di abitudini.

Foto del progetto Architecture of density

Michael Wolf -Architecture of density 2011

La paura, la fame e tutto quanto concerne la sua più antica e mai perduta componente originale, quella che lo lega al luogo intrinsecamente, che fa di lui un dipendente dalla natura da cui tenta assiduamente di liberarsi; nella ricerca di emancipazione comincia a conoscere, si svincola dal corpo per abitarne la testa, si rifugia nella grotta più alta, sulla torre, che poi diventa grattacielo, da dove ridisegna le sue tappe, da dove misura il mondo tutto.

E nel frattempo ogni cosa diventa un peso, abbisogna di raffinata tecnologia per superare le barriere che egli stesso si costruisce.

Animale privo di istinti, l’uomo appare prodotto delle sue esperienze soggettive. «L’abitare forgia le abitudini. Abitare, abiti, abitudini non a caso sono parole legate da una comune radice etimologica»(3), scrive Adriano Favole. Ma abitare ha a che fare anche con un’altra radice che s’innesca profonda nell’uomo: l’avere, il senso della proprietà.

L’uomo è una catena, non sta in cima, ma alla pari con ogni altro componente. L’uomo migra tra la nascita e la morte. Appare. Scompare. Per questo per riconoscersi ha bisogno di simboli che lo rappresentino, siano essi oggetti, idee, persone, ma anche spazi e architetture.

Produce così i suoi messaggi e in questo senso l’architettura ne influenza la forma, funge da negativo – positivo a cui l’uomo è connesso in una corrente continua.

L’uomo si carica di sé stesso e si fa specchio che riflette l’uomo precedente, aiutandolo a leggersi in modo chiaro, in un uomo continuo, collettivo. Ma in che spazi siamo disposti a vivere? Siamo consapevoli del nostro legame con essi? Di come ci vincolino, ci arricchiscano, ci mettano continuamente alla prova? Cosa significa antropologicamente crescere in palazzine come le Vele di Scampia o nello BedZed di Londra?

Immagine del progetto – Beddington Zero Energy

Ashley Cooper – Beddington Zero Energy Development 2002

Progetto Lightrocket del 2016

Salvatore Laporta – Lightrocket 2016

Se solamente bastasse all’uomo recintare uno spazio per proteggersi, strappando alla Terra la sua piccola parte, come sostiene G. Scott, non avrebbe più senso porsi queste domande.

L’architettura, una volta esaurito questo suo primario compito, avrebbe raggiunto il suo scopo. Forse non è così, forse non è così semplice. Il nostro modo di costruire manifesta il nostro modo di convivere. È la capacità della comunità umana di vivere e creare spazi funzionali e autentici, o alienati e tossici.

Progettare spazi, a livello urbanistico, o a piccole scale, significa influire e intromettersi enormemente nei comportamenti personali. L’influenza psico-fisica esercitata dagli spazi ci può spingere, all’interno di una comunità, ad essere individui diversi – e auspicabilmente migliori: più tolleranti, inclusivi, meno alienati.

Esistiamo solo in relazione ad altri individui, siamo eco(del)sistema, ed è in qualche modo il riconoscimento esterno della nostra persona a definire la nostra identità. La necessità di proporci e manifestarci come animali sociali si esprime nell’abitare, «un faticoso compromesso fra l’esigenza di intimità e di condivisione e quella di aprirsi al mondo che sta fuori: un punto precario di equilibro tra la chiusura e l’apertura, tra il raccoglimento nell’intimità di un “noi” o di un “io” e l’aprirsi alla relazione sociale»(4). [Francesco Remotti]

Architettura è un continuo dialogo fra individui di diverse generazioni, ci giunge attraverso stratificazioni di segni e manufatti dal passato, forgiando il punto di vista personale e collettivo determina l’identità degli individui a noi prossimi, gettandosi in tralci oltre qualsiasi nostra misurazione. Essa espone spesso l’ideologia dominante, esplicita le logiche economiche del tempo. Non ci si esime da queste influenze.

L’architettura è fatta anche di materia, è definita da spazi reali, che si estendono (ma non si esauriscono) nelle tre dimensioni, è un contatto continuo con l’ambiente, anche nella sua accezione più naturale; ogni spazio che abitiamo, che sia una casa o uno spazio collettivo e comunitario, non è solo caratterizzato, da un confronto con l’aspetto storico-culturale caratterizzante il luogo stesso, ma anche e soprattutto da un continuo e puntuale adattamento al territorio dal punto di vista geologico e geografico.

Le modalità e le tecniche di costruzione sono la principale espressione, nonché la più tangibile sfumatura dell’atto di abitare.

Ogni costruzione è manifestazione di un’ideologia, di un’idea che diventa lògos: una volontà, una adesione più o meno parziale a politiche socio-economiche del tempo che viviamo.

Per questo è così radicalmente differente vivere, e scegliere, una casa autosufficiente in materiali sostenibili rispetto a una palazzina popolare degli anni ’60 in calcestruzzo. Se architetture sono come abiti che indossiamo.

Se si adattano alle nostre forme e sono segno visibile del nostro essere: non possiamo lasciarle in balia delle volontà altrui, in mano a presunti addetti ai lavori. Ma abbiamo la possibilità di scegliere chi essere e manifestarlo? Che impronta possiamo o dobbiamo lasciare sul pianeta e tra di noi con i nostri edifici?

Abbiamo il coraggio di fare nostri degli spazi liberi e accoglienti, di allontanarci «dall’asfalto delle strade e l’elevarsi delle gru e il rumore dei motori e il disordinato intrecciarsi dei veicoli» che, secondo Adriano Olivetti, tanto ricordano una «vasta, dinamica, assordante, ostile prigione dalla quale bisogna, presto o tardi, evadere»(5).

A quanti compromessi siamo disposti a scendere per comodità, conformità, senso di sicurezza? Ma quale sicurezza? A chi deleghiamo la nostra libertà e identità? Quando costruiremo anche noi un tessuto vivente che ci connetta non solo con intermittenza, ma in modo collaborante gli uni agli altri: le specie tutte in un sistema quale esso è già.

Senza disperdere, senza spreco, senza abuso, senza predominio, senza possesso? Quando realizzeremo una convivenza collettivamente audace che ancora non troviamo, a differenza dei miceli -la specie più bassa ma nostra antenata comune- che hanno già elaborato con una cura commovente una vita prospera in interdipendenza che continua a insegnarci e porci domande. Tra noi le specie “alte” che dovremmo salvaguardare le “altre” anche se, ora distruttori, questa ricchezza -forse- non la meritiamo.


Bibliografia:

1 Andrea Staid, Abitare Illegale, p.20, Milieu edizioni, Milano, 2017
2 Ivan Illich, Volontà, p.16, Milano
3 Adriano Favole, Le case dell’uomo, Abitare il mondo, p.44, UTET, Milano, 2016
4 Francesco Remotti, Le case dell’uomo, Abitare il mondo, p.44, UTET, Milano, 2016
5 Adriano Olivetti, Città dell’uomo, p.78, Comunità Editrice, Roma/Ivrea, 2015