Esterno della Barchessa dove le vecchie mura in mattoni si intersecano con la struttura moderna in legno e vetro

Il luogo del progetto era quel che restava di una Barchessa adiacente ad una Villa Padronale novecentesca ubicata nella piazza del Municipio del Comune di Villorba. Il compendio è costituito da una Villa Padronale e da un’edificio assimilabile all’archetipo della “Barchessa”, e una piccola cappella sconsacrata. Gli immobili sono inseriti in un ampio parco.

La Barchessa è posizionata a confine del parco e segna longitudinalmente il limite tra la piazza ed il parco. Il fronte nord e il fronte sud sono in stile neo-medievalista con murature in mattoni e sassi merlate. Ad est una torretta segna la sottostante cappella sconsacrata. Il fronte ovest in mattoni faccia-vista, in stile vagamente neoclassico, segnava l’ingresso alle scuderie al piano terra e al belvedere soprastante.

Restauro di un soppalco in legno e ferro con, in fondo, una vecchia muratura restaurata in mattoni

L’immobile risultava formato da due singoli edifici raccordati dalla muratura tangente alla Via Libertà. Un primo immobile con ampia pianta rettangolare e fronte principale in mattoni faccia a vista, rivolto a sud ovest, è caratterizzato da ampie aperture ad arco in parte tamponate sui fronti nord e sud; era probabilmente destinato al piano terra a rimessaggio o portico. Al primo piano dello stesso, in luogo dell’originario belvedere che immetteva alla terrazza è stata edificata in tempi più recenti una sopraelevazione/superfetazione con destinazione d’uso residenziale. Una scala lignea di buona fattura, coeva al primo intervento edilizio, collegava il piano terra al belvedere soprastante e quindi alla terrazza. La stessa ora consente l’accesso all’unità residenziale.

Un secondo corpo di fabbrica ad ovest di ridotte dimensioni ospitava altri rimessaggi e una cappella. Lo stato di manutenzione risultava precario per la porzione di immobile a sud ovest. La rimanente parte di edificio era in pessimo stato di manutenzione con porzioni di copertura crollate e murature perimetrali in precarie condizioni statiche.

Soppalco in legno che segue un muro in mattoni rossi e bianchi e termina angolarmente con un'ampia vetrata

Il progetto doveva consentire il recupero totale dell’edificio al fine di destinarlo ad attività connesse ai programmi culturali dell’Amministrazione Comunale e a spazi collettivi destinati anche ad un uso estensibile ad altri enti o associazioni. Oltre a provvedere al recupero delle porzioni storiche esistenti era indispensabile realizzare spazi funzionalmente adeguati alle nuove funzioni. E tali nuovi spazi sono “contemporanei” ed in totale contrasto con la preesistenza storica.

Goethe descrive le città italiane come “invidiabile esempio di convivenza del rudere con la modernità dei palazzi rinascimentali e neoclassici” ed esortava gli architetti tedeschi alla rivolta contro il vernacolarismo. Rivolta poi teorizzata e quindi praticata da Adolf Loos e poi dal movimento Bauhaus e ancor oggi (solo) da alcuni architetti contemporanei.

Facciata frontale di Villa Giustina

E’ sufficiente una breve passeggiata in un qualsiasi Centro Storico di una qualsiasi città europea per capire quanto l’assunto di Goethe sulla convivenza del rudere con la modernità sia stato praticato con risultati spesso sorprendenti. Probabilmente a causa degli “scempi edilizi” post bellici, in Italia è prevalsa la linea della conservazione e del diniego alle nuove architetture in zone centrali o consolidate storicamente. Il nuovo incute timore e deve essere comunque giustificato.

Giustificare un atto progettuale non può e comunque non deve essere compito del progettista. Il progettista dovrebbe, di norma, essere consapevole che l’edificio che progetta e (a volte) costruisce, diventa poi parte del contesto ove è inserito e di esso condiziona lo sviluppo futuro, la preesistenza già edificata o semplicemente l’intorno libero.

Giardino di fronte ad una villa bianca

Il concetto di “contemporaneo” è (nostro malgrado) oggi relegato al mero ridisegno/riproposizione/assemblaggio di elementi compositivi facili ed immediatamente apprezzabili da un pubblico che in ciò (ormai purtroppo) ritrova quel che identifica nell’assunto “di moda”. È certo che la debolezza più pericolosa della professione architettonica sia la mancanza di un canone di valori legittimo che risiede nella storia non solo dell’architettura, ma anche delle arti in genere e nella memoria, nei sentimenti profondi e nelle esperienze delle persone comuni.

Giardino con al centro uno stagno circolare

Oggi si assiste alla totale negazione del rapporto tra edificio progettato e luogo del progetto. Si è totalmente dimenticato il concetto di “armonia”. Gli edifici “contemporanei” che si costruiscono sono simili in un centro balneare, nelle prime periferie delle città e (peggio) in alcuni centri storici. Tutto è bianco con enormi e sproporzionate finestre che si affacciano sull’edificio contrapposto di cui si è trascurata l’esistenza.

L’”armonia” di un edificio con il suo intorno può essere compresa e resa profonda soltanto se abbiamo un’immagine della totalità nel quale si adatta “armoniosamente” e ne diventa parte. L’adattamento della luce e del movimento in un edificio può essere compreso se, ancora una volta, abbiamo un’immagine della struttura nella sua totalità che sostiene l’adattamento al luogo. Per aprire una finestra in un muro, perché sia fatta come si deve, cioè abbia la giusta posizione e la giusta dimensione, il suo disegno deve essere in accordo con l’armonia dell’insieme e comprendere la sua totalità.

Due candelabri in fila appesi al soffitto all'interno di una stanza di una villa

Per questo le nuova parte della Barchessa in legno e vetro si attesta sulle porzioni recuperate, di murature perimetrali recuperate con ampie superfici vetrate che consentono un diretto rapporto con il parco che è immediatamente percepito dall’interno e forma con lo stesso un unicum ameno. Lo stesso per la copertura traslata verso nord così da scoprire virtualmente il lato sud, rivolto verso il parco, e consentire la totale fruizione visiva della imponente massa di verde circostante durante la stagione estiva e la forma nuda delle essenze arboree durante la stagione invernale. Di converso a nord la copertura fuoriesce dal perimetro dell’edificio, copre le ampie vetrate e segna la presenza del nuovo spazio attestandosi ed evidenziando la muratura antica restaurata.

Citiamo un suo assunto, rinvenuto nella copiosa corrispondenza intercorsa con l’allora Soprintendente Gugliemo Monti inerentemente a questo progetto, che condividiamo totalmente: “…gli interventi su un edificio antico non possono essere ridotti alla mera (seppur indispensabile) conservazione del manufatto antico. L’architettura contemporanea (non l’edilizia), può inserirsi ed essere parte o completamento del manufatto storico…” Ciò diventa utile (ma forse indispensabile) se il nuovo edificio si inserisce in una parte di città storicamente consolidata. Nel caso specifico il nuovo edificio deve essere immediatamente riconoscibile come tale pur conservando elementi o “archetipi” tipici o tradizionali. Ne sono riprova la storia stessa di gran parte dei centri storici italiani interessati dalla continua sostituzione di singoli edifici in diversi periodi storici.

Stanza decorata di una villa con una porta bianca e a fianco uno specchio a muro

Questo fino alla prima metà del secolo scorso. Citando (per comodità geografica) la Città di Treviso è evidente l’assunto: edifici rinascimentali e ottocenteschi, e quindi moderni nel loro periodo di edificazione se rapportati alla gran parte di edifici medievali del centro storico, sono affiancati agli stessi e degli stessi “citano” l’occhio di portico, l’altezza di gronda o minimi elementi “tradizionali” creando comunque una cortina edificata architettonicamente consolidata nella memoria collettiva e quindi contribuendo all’armonia”.