Vista dall'alto di una macchina della festa dei Gigli a Nola

Il settimo giorno, il giorno prima della festa di San Paolino, si fa un altro giro per la città: prima vanno i contadini con le falci, seguendo, come fosse il loro vessillo, una grandissima torcia a guisa di colonna, accesa e adorna di spighe di grano. Questa torcia grande, che un uomo solo non può portarla, onde e portata da parecchi ritta su di un cataletto. Viene fatta col danaro raccolto fra i contadini ed ogni anno si accresce, non solo viene rifatto ciò che si accende percorrendo la città; la chiamano “cereo”. Similmente si fa altra torcia da altri, e in questa processione ciascuno segue la sua, mandandola avanti a sé. Viene poi il cero degli Ortolani, e poi gli altri ceri degli artigiani…

(1514 / A. Leone / De Nola patria)

 

Appena entrato nella città fui colpito da uno spettacolo mai visto prima d’allora. Vidi, retta da facchini, una altissima torre, rivestita di oro scintillante, di argento e di rosso; era alta cinque piani, elevata su colonne, adorne di fregi, nicchie, archi e figure, guarnita ai due lati da bandierine colorate e ricoperta da carta dorata e di coperte rosse e variopinte. Scintillavano nel loro rosso metallo le colonne; le nicchie a fondo d’oro, decorate con i più strani arabeschi, le figure, i geni, gli angeli, i Santi e i cavalieri vestiti di costumi a vivaci colori. Collocati in piani sovrapposti avevano in mano cornucopie, mazzi di fiori, ghirlande o bandiere. Era un agitarsi, uno sventolare continuo, dato che la torre oscillava di qua e di là sulle spalle di circa trenta portatori. Nel piano più basso sedevano ragazze incoronate di fiori, al centro un coro di musicanti con trombe, timpani, triangoli e cornette eseguivano una musica assordante…

(1853 / F. Gregorovius / Passeggiate in Campania e in Puglia)

 

MACCHINE FANTASTICHE E DOVE TROVARLE

Metamorfosi / Giglio del Bettoliere / Festa dei Gigli / Nola / edizione 2009


 

PROLOGO / SOPRAVVISSUTO

Quando, al terzo anno accademico della Facoltà di Architettura della Federico II di Napoli, in una di quelle lezioni di presentazione dei programmi didattici che si usavano fare allora, ascoltando il Prof. Arch. Michele Capobianco, docente di quella che in quegli anni era ancora Composizione Architettonica, iniziare il discorso con … se pensate di laurearvi in 5 anni, allora non avete capito niente del mestiere di Architetto… mi fu subito chiaro che era il Mentore che faceva per me.

Ovviamente nel tempo, crescendo e maturando, non rimasi fedele a quella mia prima sensazione ed ho esplorato nuovi percorsi guidato da nuovi Maestri, ma quell’assunto iniziale mi rimase inciso dentro, tanto che non perdevo occasione per allungare i tempi degli esami mettendomi sempre alla prova con temi e sfide che tanti evitavano.

Dieci anni, dieci lunghi anni è durato il mio percorso accademico fino alla Laurea, ma non per dire, sono stati anni pieni di studi e di sperimentazioni che mi hanno segnato profondamente e, ovviamente, hanno contribuito a farmi diventare quello che sono, un sopravvissuto.

Sono un sopravvissuto perché le strade che amavo percorrere erano differenti da quelle che altri praticavano ed i traguardi che ho raggiunto quasi sempre mi hanno collocato al di fuori dagli schemi ritenuti, da questi, normali.

Sono un sopravvissuto perché, mentre la figura dell’Architetto si parcellizzava, mentre gli strumenti e le metodologie cambiavano con una velocità a me incomprensibile, io sono rimasto chiuso, prigioniero felice ma prigioniero, nella mia idea romantica dell’Architetto Umanista, del professionista educato ad affrontare qualsiasi problema, a qualunque scala, fedele difensore del concetto dal cucchiaio alla città così caro a Charles-Edouard Jeanneret, noto al grande pubblico con il nome d’arte di Le Corbusier.

Ed è con questa attitudine, mentale e caratteriale, che mi sono calato nel progetto della vestizione del Giglio della corporazione del Bettoliere, ovvero l’ideazione e la realizzazione di tutto l’apparato scenografico che di solito copre e nasconde la macchina lignea, applicando ed adeguando a questo insolito compito tutto quello che faceva e fa di me un Architetto, un sopravvissuto a tutte le rivoluzioni e/o involuzioni che hanno profondamente modificato questo mestiere e che io continuo ad esercitare, a modo mio, con testarda passione.

Ne sono consapevole, felicemente rassegnato, ero, sono e resterò un sopravvissuto dell’Architettura.

Simbolo in bianco e nero del Diagramma Ermetico

Studio e Ridisegno del Diagramma Ermetico elaborato da Giordano Bruno

 

CAPITOLO PRIMO / LA CITTÀ TEATRO

Per poter raccontare questo progetto mi tocca fornire un minimo di informazioni sulla Festa dei Gigli e sulla città che la ospita, un affresco veloce, anche al fine di incuriosire e invogliare, chi legge, ad approfondire la conoscenza di questo evento, e del luogo dove si svolge, con ricerche e rimandi su siti e testi più esaustivi e specifici.

Se dovessi sintetizzare in una immagine, se volessi servirmi di una metafora per descrivere la mia città, direi che Nola è una città teatro.

Lo è sempre stato, come lo sono tutti i luoghi dove si fa e si vive, tutti i giorni, la storia.

Fin dalla sua fondazione, che gli storici datano antecedente a quella di Roma e che probabilmente, mia convinzione non dimostrata, fu una ri-fondazione, rinascendo come Nuvla, città nuova, sulle ceneri di un centro ancora più antico, Hirya, di cui assume e fa proprio dominio e territorio.

Tutti sono passati di qua, Ausoni, Opici, Osci, Etruschi, Greci e Sanniti, chi più e chi meno, hanno infuso in questa città la loro cultura ed a loro volta ne sono stati rapiti.

I Romani la conquistarono più volte e ne fecero la loro Campania Felix, dimora di patrizi e di legionari a riposo, e qui la famiglia degli Ottavi scelse di farsi edificare una residenza lontano dalla capitale e dai suoi giochi di potere, la casa dove Ottaviano Augusto, il primo imperatore, nella stessa camera dove morì suo padre, recitò le sue ultime parole Acta est fabula. Plaudite!

Qui il francese Ponzio Anicio Meropio Paolino, patrizio di Bordeaux, figlio del prefetto di Aquitania, senatore e console dell’impero romano e governatore designato della Campania, affascinato dalla figura di Felice e dai suoi miracoli, santo conosciuto e venerato in tutte le città dove fiorivano le nuove comunità cristiane, decise di vivere la sua conversione.

Qui elaborò e mise in pratica, oltre le sue doti di scrittore e poeta, quelle di Architetto, contribuendo, con le sue opere realizzate intorno al luogo di sepoltura  del Santo Vescovo Proto Martire Felice, le Basiliche Paleocristiane di Cimitile, alla realizzazione di un protocollo formale e funzionale per delle innovative tipologie che saranno poi adottate, nei secoli a venire, per la costruzione di rivoluzionarie architetture idonee al nuovo culto in tutto il mondo cattolico, ivi compresa l’adozione dell’elemento architettonico del campanile e l’uso innovativo delle campane, struttura adatta alla visibilità nel territorio il primo, mezzo di comunicazione con il popolo cristiano il secondo, genesi accreditata dall’etimo delle parole campanile e campana che presentano, nella lingua latina, la stessa radice semantica, radice che le lega al nome della città campana, da cui l’aforisma, che al liceo mi faceva letteralmente impazzire, Nolani Nolae nolas nolare nolunt, ovvero, i Nolani non vogliono suonare le campane di Nola.

Con lo sgretolarsi dell’impero romano, questo territorio fu teatro di continui cambi di potere e visse i secoli successivi sotto il dominio dei vari Goti, Bizantini, Longobardi, Normanni, Svevi ed infine degli Angioini prima e degli Aragonesi poi.

Nel ‘500, sotto il governo degli Orsini e con la nascita della Contea Nolana, la città visse il suo Rinascimento, ricco e prospero, una piccola Firenze, episodio più unico che raro, in un territorio, il Vesuviano, devastato ed impoverito, assumendo l’aspetto che ancora oggi la caratterizza, stratificandosi sul quadrante nord est dell’antica città romana e riadattando e riusando le antiche testimonianze portandole a nuova vita.

È in questo periodo che i documenti iniziano a descrivere la festa che ogni anno si celebrava in memoria di Paolino, legandosi al racconto che Papa San Gregorio Magno riporta nel 3° libro dei suoi Dialoghi, del sacrificio personale del santo, il dono di sé stesso in cambio della vita dell’unico figlio di una povera vedova, e del suo ritorno in patria insieme ai suoi concittadini, e di come i nolani rimasti a casa, divisi in corporazioni, lo accolsero festosi con fiori e ceri al suo arrivo in barca.

E qui dovrei aprire un nuovo capitolo, dato che la mia città è divisa dal mare dall’edificio vulcanico Somma/Vesuvio, e quindi qualcuno potrebbe domandarsi come fecero i nolani, a piedi, con tutto un apparato di festa allestito e trasportato a spalla, ad accogliere il loro eroe mentre sbarcava con i loro concittadini in salvo dalla prigionia, ma lasciamo che questo mistero rimanga tale e conserviamo l’ immagine di Paolino che arriva su una barca colma di nolani perché questa diventerà, nel tempo, una vera icona della festa.

Lascio giusto un appunto per eventuali ricerche per i più curiosi, una traccia per un mistero che si perde nel buio dei secoli passati.

È uso corrente, tra i nolani, l’uso della locuzione si ricorda ‘o mare a Nola per segnalare una cosa o un episodio molto, ma molto, vecchio, come se fosse rimasto nella memoria collettiva il ricordo di questa presenza, questo rapporto con l’acqua, che nessun geografo, geologo o storico potrebbe mai avallare.

A me piace immaginare, ma siamo e restiamo nel mondo della fantasia, che i romani, maestri nell’ingegneria in genere e, nello specifico, quella idraulica, avessero realizzato un porto fluviale a sud della città a scopi commerciali e di supporto logistico alle legioni dislocate in zona per il controllo del territorio, oltre ad irreggimentare ed incanalare verso il fiume Sarno, a circa una quindicina di chilometri a sud est della città, le acque che scendevano copiose dal Vesuvio e dai monti che la circondano, al fine di bonificare tutta la piana nolana, soggetta da sempre a ricorrenti e disastrose alluvioni, problema ancora presente nel XVII secolo e che i Borboni risolsero con la realizzazione del vasto sistema di drenaggio conosciuto come i Regi Lagni, ancora operativi e funzionanti ai giorni nostri.

Ritornando al racconto della prigionia e della liberazione di Paolino, oggi sappiamo che era prassi comune, in quegli anni, per non andare contro le usanze locali, assorbire riti e costumi trasportandoli e riadattandoli alla nuova visione religiosa emergente ed ai diversi modelli sociali che questa comportava, ed il nostro è un chiaro esempio di come il mondo cattolico rilegge e rinnova esperienze mistiche legate al culto della terra,  della luna e del sole, culti che avevano regolamentato la vita delle comunità di questi luoghi ancora prima dell’introduzione del pantheon di Dei romani, sovrapponendo nuovi racconti e nuovi eroi ai vecchi miti ancestrali.

Nei secoli successivi la città consoliderà la sua immagine di centro pilota di tutta un’area che alla fine si identificherà con essa, vedrà la nascita e le opere di numerosi studiosi e letterati che le daranno lustro, ma su tutti emerge, a mio parere, la figura di Giordano Bruno, che per queste strade e queste piazze, le stesse che ancora oggi io percorro, ha camminato ed ha iniziato a dare forma alla sua filosofia, quella visione della vita e dell’universo che lo portò ad emergere come un gigante in un panorama culturale europeo che aveva appena iniziato ad avere sentore delle enormi e profonde rivoluzioni che la storia stava maturando, e che lo condusse ad essere condannato al rogo, come eretico, in Campo dei Fiori a Roma, all’alba del 17 febbraio del 1600.

E mentre i secoli passavano, mentre i suoi figli più illustri si facevano notare in tutto il mondo conosciuto, lasciando traccia e memoria di sé stessi e di questa città, in ogni periodo della storia di questo Paese, fino allo sconvolgimento sociale e territoriale causato dalle due Grandi Guerre, la festa si evolveva, canonizzava i suoi elementi e si relazionava alla città in un dualismo indivisibile.

Mentre nei primi secoli le dimensioni urbane condizionavano e dettavano regole alla trasformazione e crescita dei ceri che, sempre più grandi, le corporazioni portavano in processione per la città, con il tempo la macchina divenne regolo e strumento pianificatore dello sviluppo del centro antico, limitando le trasformazioni e le dimensioni degli edifici, favorendo i luoghi che ospitavano il percorso processionale ed incentivando la nascita di piccole piazze, veri e propri cortili urbani, e l’adozione massiva del balcone come tipologia privilegiata per gli affacci sui prospetti degli edifici, utili a favorire la visione dell’evento messo in scena per le strade cittadine.

Piazze e balconi, cortili urbani e stradine, tutta la città trasformata in un teatro dove attori e figuranti mettono in scena, ogni anno, sempre lo stesso copione ma che, ogni anno, diventa diverso e nuovo.

È tutta qua la magia di questa festa, è tutta racchiusa in questo segreto, essere sempre nuova rimanendo sempre la stessa.

Magia.

Mappa planimetrica del centro storico

studio degli spazi teatro dell’evento festa e del rapporto con il tessuto edilizio del centro storico della città di Nola

 

CAPITOLO SECONDO / LA MACCHINA

Gli attori principali di questa immensa pièce de théâtre che trasforma Nola in una città abitata da Giganti ed Eroi sono otto Gigli, ognuno di essi rappresenta una corporazione di lavoratori, le stesse otto corporazioni già presenti all’epoca degli Orsini: Ortolani, Salumieri, Bettolieri, Panettieri, Beccai, Calzolai, Fabbri e Sarti.

Nel mezzo, dividendoli in due gruppi di quattro, la Barca, navigando letteralmente su di un mare di persone, simbolo ed icona del racconto della prigionia e del ritorno vittorioso del Santo/Eroe, quasi sempre presente su di essa con una sua immagine realizzata in cartapesta insieme ad un figurante travestito da turco, armato di scimitarra, che accompagna l’ex prigioniero ed i suoi concittadini a casa.

Questi giganti si muovono per le strade e le piazze della città sulle spalle di altrettante paranze, costituite ognuna da poco più di un centinaio di uomini, i cullatori, in ordine sparso la mattina, fino ad arrivare nella piazza principale, dove verranno accolti da tutto un popolo in festa, in una scenografia che sembra creata apposta per l’evento, con il Palazzo Comunale su di un lato e la grande Cattedrale sull’altro, contrapposti, potere laico e potere religioso, a riproporre l’eterno dualismo filosofico del bene e del male, per poi trasformarsi, nel pomeriggio, attraversando la città per tutta la notte, fino all’alba del giorno dopo, in una processione religiosa rigorosamente regolata da un protocollo canonizzato da secoli, con un ordine e su un percorso immutabile, questo dopo essere state benedette dal Vescovo, trasformandosi così da macchine da festa in doni sacri da offrire al patrono Paolino.

Nel corso dei secoli la macchina ha avuto varie trasformazioni, come documenti e racconti testimoniano, fino ad arrivare ai giorni nostri con due tipologie strutturali ben definite e distinte, una più antica, il Giglio a quattro facce, l’altra figlia di una evoluzione tecnico formale avvenuta a cavallo tra il XVIII ed il XIX secolo, periodo di grande rivoluzioni sociali e tecnologiche, il Giglio ad una faccia con borda centrale.

Queste due tipologie, compresa la barca, hanno in comune la base ed il primo pezzo, due grossi parallelepipedi, più grande il primo e di dimensioni inferiori il secondo, che si sovrappongono e si incastrano per formare la parte basamentale che dona equilibrio e stabilità a tutta la struttura.

La barca si completa allestendo un vascello in legno e cartapesta sulla sommità di questo elemento.

Il Giglio a quattro facce, prodotto di una tecnica antica e consolidata che prende, a piene mani, sapere e metodologie costruttive dalla carpenteria in uso nell’edilizia per la realizzazione di impalcature e strutture di sostegno, si completa con la sovrapposizione di altri cinque parallelepipedi con dimensioni che vanno, via via, a scalare, fino a raggiungere un’altezza media che sfiora i venticinque metri da terra.

Macchina che conserva, ancora oggi, una sua bellezza intramontabile, solida ma rigida, cosa quest’ultima che la rende meno spettacolare della seconda, perché mentre esalta la potenza degli uomini che la trasportano, la sua struttura, così bloccata, non permette quei riflessi sinuosi e quel avanzare, sferzando l’aria con movimenti simili a colpi di frusta, che la seconda e più moderna struttura consente.

Il Giglio ad una faccia è un vero e proprio salto evolutivo tecnologico su cui ancora oggi si studia e si discute nel tentativo di trovare un padre ideatore.

Superando la posizione di alcuni studiosi che vogliono vedere nella figura di un vecchio artigiano, esperto nella costruzione di queste macchine, il padre di questa innovazione, io ho maturato la convinzione che essa sia comunque la risultante di un intero periodo storico, periodo che vede a Nola grandi trasformazioni sociali e complesse evoluzioni architettoniche ed urbanistiche che saranno terreno fertile per l’ennesima ed ultima mutazione tra le tante che questa festa ha vissuto sulla propria pelle nei secoli passati.

Il XIX secolo vede la città impegnata in prima linea nel grande affresco del Risorgimento Italiano contribuendo, con uomini ed idee, alla nascita della nuova Nazione, anche se nello stesso anno dell’unità di Italia si assiste ad un amaro episodio di distruzione che vede la vecchia Cattedrale Gotica, che gli Orsini avevano rinnovato e donato alla città durante il fiorente rinascimento nolano, andare completamente perduta a causa di un incendio colposo appiccato, così la storia racconta, da una cellula anarchica presente in città.

Con la rivoluzione tecnologica arrivano a Nola le industrie tessili, la lavorazione della canapa e la produzione del vetro oltre alla creazione di una complessa, varia e florida filiera agro alimentare, e con l’arrivo delle prime industrie la città viene dotata di due linee ferroviarie, al fine di connetterla ai grandi flussi commerciali legati al trasporto delle merci.

Si ridisegnano interi pezzi della città antica, perdiamo, purtroppo, quasi completamente le mura seicentesche e la cittadella medioevale, l’Arce, posta sul confine sud, proprio di fronte al Vesuvio, per i primi episodi di speculazione edilizia , presentati come opere di riqualificazione e miglioramento delle condizioni igienico sanitarie, tutto questo mentre il cuore del centro storico diventa un cantiere a cielo aperto con i lavori di ricostruzione della nuova cattedrale e lo sventramento dello spazio antistante per la costruzione della nuova casa comunale e la grande piazza.

Ad affiancare i tecnici locali viene chiamato a Nola l’architetto Nicola Breglia, autore, fra le tante opere progettate, della Galleria Principe di Napoli realizzata tra l’Accademia delle Belle Arti ed il Museo Archeologico Nazionale a Napoli.

Il Breglia porta con sé la sua cultura di architetto dell’ottocento e le innovazioni tecniche e tecnologiche che ha studiato e già messo in pratica, proponendo e realizzando la nuova copertura del Duomo usando per le nuove capriate l’innovativo modello tipo Polonceau.

Arrivano in città, dai paesi vicini e da città lontane, intere squadre di esperti operatori del settore edile, lavoreranno per decenni eccellenti maestri della lavorazione della pietra, abili realizzatori di stucchi e di intonaci e profondi conoscitori dell’arte della tinteggiatura.

Arrivano in città, portando con loro una intera tradizione vecchia di secoli, le storiche botteghe della cartapesta dalla bellissima Lecce, lavoreranno soprattutto al completamento degli interni della nuova Chiesa Madre, ma la loro arte verrà studiata, assimilata e riprodotta dalle maestranze locali che non tarderanno ad innestarla nella festa sostituendo, nel tempo, la più antica usanza di allestire le macchine con stoffe, fiori, intrecci di paglia e grano e figuranti viventi, con la realizzazione e l’applicazione di elementi decorativi in cartapesta sulle facce nude dei Gigli.

Questo è il quadro generale, questo è il terreno fertile che rende possibile la nascita della nuova tipologia strutturale, e che sia stato un uomo solo o una intera bottega esperta nella costruzione dei Gigli a realizzare il prototipo non importa, questa macchina è figlia di una generazione che ha respirato la Storia, l’ha fatta propria e l’ha fissata, per sempre, in questa nuova struttura che diventerà così lo specchio fedele, prova e testimonianza di un secolo meraviglioso.

La grande innovazione sta tutta nel nuovo elemento introdotto nella struttura chiamato borda.

Un’asta composita, realizzata assemblando vari elementi con sezione sempre più sottile mano a mano che si va verso l’alto, lunga quanto il giglio, posizionata al centro dell’elemento basamentale e regolata con una piccola angolazione che la fa inclinare verso il fronte posteriore.

Dei cinque elementi che vanno ad aggiungersi al blocco composto dalla base e dal primo pezzo si conserverà solo la struttura della fronte anteriore, destinato ad essere rivestito poi con gli elementi decorativi in legno e cartapesta.

Sui laterali e soprattutto sul fronte posteriore si realizzeranno tre elementi lineari, tre lunghe nervature fissate al primo livello ed alla cima terminale della borda centrale.

Vanno a completare tutta la struttura una serie di correnti perimetrali e trasversali che collegano tra di loro queste nervature, la facciata anteriore e la borda, disegnando, nelle sezioni orizzontali dei vari livelli, una forma pentagonale irregolare che va scalando di dimensioni con il variare dell’altezza, ottenendo alla fine una struttura piramidale molto allungata a pianta poligonale irregolare. Diversi elementi di irrigidimento del tipo croce di S. Andrea, sia sul piano verticale sia su quello orizzontale, renderanno la struttura rigida e flessibile allo stesso tempo.

Dal punto di vista statico, questa complessa evoluzione ha trasformato una struttura a schema scatolare con le forze e le sollecitazioni che si muovono e si equilibrano a vicenda sulle quattro facce perimetrali fino a scaricare la loro azione al suolo attraverso i quattro piedi della base, ad una nuova struttura che orienta e scarica le stesse forze e le stesse sollecitazioni verso e sulla borda centrale che le trasferirà alla grande base a cui è connessa e poi a terra.

Una struttura alta circa venticinque metri, dal peso medio di venticinque quintali a cui se ne aggiungono altri venticinque degli elementi decorativi applicati sul fronte anteriore e che vengono messi in equilibrio applicando la giusta inclinazione alla borda verso il fronte posteriore per meglio distribuire tutta questa massa sulle spalle degli uomini che la trasportano, nel modo più equilibrato possibile.

Da una struttura a campanile, cava, ad una di forma piramidale, con asse centrale, che abbassa il baricentro della macchina a circa un terzo della sua altezza da terra, rendendola più snella, più leggera, più flessibile e più stabile.

Un vero miracolo dell’ingegno umano applicato alla tecnica delle costruzioni.

rilievo della macchina ad una faccia con borda centrale

Studio del prospetto principale, prospetto laterale e delle sezioni orizzontali ai vari livelli della struttura lignea

 

CAPITOLO TERZO / IL PROGETTO / LA STRUTTURA SIMBOLICA

Il progetto coglie l’occasione delle celebrazioni del centenario della traslazione delle reliquie di San Paolino, ricorrenza che si celebrava proprio nel 2009, per dare risalto ai suoi Carmi Natalizi, riconoscendo in essi la vera eredità spirituale, morale e poetica del Santo, e ritrovando nelle sue parole la forza, l’incanto, che ha prodotto, e tutt’oggi produce, opera di conversione e di trasformazione negli animi di quanti vi si accostano.

Un processo di cambiamento profondo, una vera e propria Metamorfosi, non solo di forma ma soprattutto di sentimenti, di atteggiamenti e/o di azioni.

Questo processo prende vita quando il giglio catalizza su di sé le aspettative di sacro di una intera città, trasformandosi da semplice macchina di legno in qualcosa di diverso, qualcosa di nobile, di sacro, diventando simbolo di Fede di una intera città per il suo Patrono, patto di riconoscenza, tra un popolo ed il suo Santo, replicato all’infinito.

Questa consapevolezza, nella rappresentazione del Bettoliere 2009, attraversa diversi piani di interpretazione, stimolando l’osservatore a muoversi su di un percorso multiplo di conoscenza per giungere alla piena comprensione dell’opera.

I diversi livelli si rivelano tappe di conoscenza di un percorso iniziatico che il soggetto-osservatore percorre mano a mano che si addentra nei significati più profondi del Giglio.

Il veliero che riporta il Santo in patria è la prima immagine che il giglio suscita, un veliero che naviga su di un rassicurante mare di fiori, a ricordare la figura di giardiniere che la leggenda assegna a Paolino durante la sua prigionia.

Il grande stemma civico sulla prua di questo veliero fantastico, protetto dalle immagini di San Paolino e San Felice, i due Santi Patroni, lo identifica con la Città di Nola.

Ad una visione più attenta, poi, si noterà che le vele del vascello sono, in realtà, pergamene che attraversano la struttura lignea della macchina e che riportano trascritti una selezione tratta dai Carmi Natalizi, poesie che Paolino compose, una per ogni anno della sua permanenza a Nola, per celebrare il giorno del martirio di San Felice.

Questi scritti formano un piano verticale che interseca il giglio lungo tutta la sua altezza, un vero e proprio piano metafisico che, grazie alla potenza delle parole del Santo, rende possibile il passaggio ad una dimensione sacra della macchina lignea, sottolineato dalla trasformazione del legno grezzo di abete in un più nobile ciliegio, levigato e lavorato, che ridisegna l’intero paramento verticale del fronte principale del giglio.

Paramento verticale che viene rivisitato con l’introduzione di una serie di elementi architettonici che trasformano il giglio in uno snello e simbolico campanile a memoria dell’innovativo uso che Paolino ne fece, con l’utilizzo delle campane.

Inoltre, la disposizione di questi pannelli, alcuni aperti verso il fronte, altri verso il retro, formano una sequenza numerica che, dal basso verso l’alto, riportano ai seguenti numeri e significati:

2 / il dualismo, l’alto ed il basso, la vita e la morte, l’uomo e la donna

3 / il numero perfetto, la SS Trinità

1 / l’unità, il principio, l’assoluto, Dio

In cima trova posto una sfera, forma geometrica perfetta, a simboleggiare l’universo, la realtà dentro cui l’uomo vive ed opera.

L’ultima metamorfosi la “Macchina” la vive su se stessa, non più elaborate costruzioni in stile barocco e/o rinascimentale che la nascondono, ma mostrandosi nuda, bella e perfetta, vero capolavoro dell’ingegno umano, mettendosi in primo piano e consegnandosi così allo sguardo di chi la osserva per essere, almeno una volta, riconosciuta ed apprezzata come il vero valore aggiunto di questa Festa, la vera opera che la rende così preziosa, la vera offerta che, ogni anno, una intera città offre al suo Santo Patrono.

Mappa che illustra la veduta frontale delle macchine di Nola

Studio prospetto principale e valutazione rapporto metrico macchina ed edilizia storica

 

CAPITOLO QUARTO / IL PROGETTO / LA STRUTTURA TECNICA

La scelta di non usare la cartapesta, arte che amo ed apprezzo, per la realizzazione del progetto del vestimento, mi veniva dalla volontà di mettere in risalto e dare il giusto peso al valore della macchina lignea a struttura piramidale, la tipologia ad una faccia con borda centrale.

Per fare questo ho ritenuto funzionale alla mia idea un salto nel passato più remoto della festa, quando questi giganti venivano preparati per la processione addobbandoli, come abbiamo visto, con fiori, trecce di paglia e grano e stoffe preziose, scegliendo quindi di usare, a ricordo di questa tradizione, dei pannelli realizzati con tela di lino incorniciati in telai in legno di abete.

Su questi pannelli le parole scelte dai Carmi Natalizi di Paolino vengono usate e diventano un gioco grafico che impreziosisce, al di là del significato, e decora il tessuto lasciato grezzo.

Un sistema di connessioni in ferro lavorato, progettate apposta per l’occasione e realizzate in officina, più una serie di lunghi trefoli di acciaio, collegano questi pannelli alla borda centrale, come vele connesse all’albero di un veliero, consentendo la collocazione degli stessi all’interno della struttura di legno del Giglio, liberando così il fronte anteriore, lasciandolo visibile alla vista degli osservatori e mettendolo in risalto grazie allo schermo che formano e che lo divide dal resto della macchina.

Questa scelta ha comportato, inoltre, lo scarico del peso direttamente sulla borda, rendendo necessario l’azzeramento dell’angolazione sul piano verticale della stessa perché non più funzionale ad equilibrare i pesi sulle spalle dei cullatori.

Altro risultato ottenuto con questa scelta fu la possibilità di avere un gioco di movimento dei pannelli, effetto ottenuto sia dal soffio dei venti, sia alle oscillazioni che le paranze procurano alla macchina durante il trasporto, introducendo un elemento di dinamismo che rendeva la struttura del vestimento un oggetto non più statico ma in continua mutazione.

La stessa base del vestimento, che di solito si limita ad una pannellatura in legno e cartapesta che richiama il tema poi sviluppato sul Giglio, poggiata al suolo davanti all’elemento basamentale al fine di nasconderlo alla vista di chi osserva, viene qui integrata alla struttura del progetto.

Questa è realizzata con due grandi archi in legno, la cui geometria viene disegnata sulla circonferenza avente il centro coincidente con il baricentro geometrico della macchina, sospesi con un gioco di barre e tiranti di acciaio sulle teste dei quattro angolari della base, i piedi, impreziositi con quattro piccole piramidi di ferro che fanno da collegamento e sostegno, trasmettendo tutto il peso della struttura a terra.

I due grossi archi sono collegati tra loro da sei grandi pannelli di lino, tre davanti e tre dietro il giglio, che assumono per semplice gravità la stessa curvatura delle strutture laterali sospese, disegnando così lo scafo di un magico vascello, sospeso su un mare di fiori colorati, di cui il Giglio, posto al centro di questa installazione scenica, è il fiore più grande e più bello.

Completano, ed impreziosiscono, la macchina, piccoli interventi messi in opera direttamente sul fronte lasciato scoperto, innesti decorativi realizzati in legno di abete che si integrano alla struttura e mettono in risaltano i punti di incastro dei vari pezzi grazie alla riproduzione di elementi architettonici ricorrenti nell’edilizia storica della nostra città.

Il cambio di stato della materia, da legno grezzo ad elementi levigati e verniciati, sottolinea la trasformazione avvenuta, il cambiamento di stato, la diversa natura, simbolica e funzionale, delle due parti, quella posteriore e quella anteriore, in cui questo piano verticale fantastico, metafisico, che i pannelli creano grazie alle parole di Paolino, dividono il Giglio.

Mappa della veduta laterale delle macchine di Nola

Studio prospetto laterale ed analisi delle sezioni orizzontali ai differenti livelli della macchina

 

EPILOGO

Oggi i Gigli di Nola, insieme alla Macchina di Santa Rosa di Viterbo, ai Candelieri di Sassari ed alla Varia di Palmi, formano la rete delle grandi macchine a spalla italiane, riconosciuta Patrimonio dell’Umanità nell’ottava sessione dell’intergovernmental Committee UNESCO, a Baku/Azerbaijan, 2-8/12/2013.

Questo riconoscimento rende merito a queste quattro città di aver conservato e tutelato, al meglio delle loro possibilità, un patrimonio culturale unico al mondo.

Ma per me, i Gigli, non sono solo questo.

Per chi nasce in una città come la mia, dove il tempo e lo spazio è scandito perennemente, ed ossessivamente, da una festa, una festa che diventa centro e confine del tutto, dove società civile, potere amministrativo e potere religioso, continuamente si incontrano e si confrontano con essa, si ritrova alla fine parte, non sempre consapevole, di un meccanismo più grande, in cui si gioca un ruolo che spesso altri hanno scelto al posto tuo.

D’altra parte un patrimonio come questo è ancora tutto da leggere e da scoprire, ed è questa convinzione che mi ha ispirato e che ho cercato di sviluppare con il progetto Metamorfosi, tentando di dare una diversa lettura, e quindi nuova, introducendo un elemento di curiosità e di consapevolezza negli occhi di chi la osserva.

Obiettivo e sintesi di questo progetto era mettere in luce la bellezza tecnologica di una struttura lignea che supera il confine delle macchine scenografiche per entrare, a pieno titolo, nel mondo delle Macchine Fantastiche, un manufatto pre-industriale che si colloca, meritatamente, nella categoria delle Architetture Urbane, perché i Gigli, anche se non sono Architetture nel senso completo del termine, in quanto non contengono uno spazio, non creano un ambiente circoscritto, alterano la percezione dello spazio urbano in cui si muovono, ne modificano dimensione e geometria, trasformano la città in un Mondo Fantastico abitato da Giganti ed Eroi.

Ed io ci vivo, tutti i giorni, in questo Mondo Fantastico, ed incontro, tutti i giorni, Giganti ed Eroi.

Mappa della veduta zenitale delle macchine di Nola

Studio planimetrico del rapporto della macchina con l’installazione floreale che la ospita

 

NOTE

METAMORFOSI è tra i progetti selezionati per l’evento

  • INTERIOR LANDSCAPE sezione PROGETTI STESI / CITTÀ ITALIA / CITTÀ SICILIA in esposizione negli eventi ARCHITECTS MEET IN SELINUNTE 9° edizione

13-15 giugno 2019 / Parco Archeologico di Selinunte

  • Dal 28 giugno a fine settembre 2019 questa mostra itinerante è stata ospitata negli spazi espositivi della BIENNALE DI ARCHITETTURA DELLE CITTÀ / CULTURAL FARM FAVARA