Gradinate di uno stadio in disuso

Sono passati quasi cento anni dall’inaugurazione del Motovelodromo “Fausto Coppi” a Torino: sul suo prato vi hanno giocato la Juventus e il Torino (che vi disputò le gare in casa nei campionati di Serie A 1925-26 e 1943-44) ma anche gli Azzurri di mister Rangone (era il 1926, Italia-Cecoslovacchia 3-1); vi hanno corso i fratelli Coppi (Serse conseguì il violento trauma cranico – che gli fu fatale – poco prima di entrare nel Velò e concludere il suo Giro del Piemonte); vi si sono disputate numerose partite di rugby; vi hanno suonato i Roxy Music nel 1980 (unico concerto mai ospitato all’interno dell’impianto) di fronte a seimila spettatori.

A metà degli anni Ottanta la dichiarazione di inagibilità da parte del Comune di Torino segna l’inizio del declino: ad oggi il velodromo, che fa parte del patrimonio storico, architettonico e sportivo del Piemonte, è al centro di un rinnovato dibattito, scaturito nell’aprile del 2018 – a seguito di un Avviso Esplorativo pubblicato dalla Giunta Appendino – e “riesploso” negli ultimi giorni, dopo l’inaspettato annuncio di voler mettere all’asta il bene per i prossimi 90 anni ad una cifra ritenuta irrisoria (250 mila euro).

Nel corso degli anni, complici le intrinseche difficoltà di gestione di un impianto così vasto e limitato dall’assenza di una copertura sulla storica pista in cemento – una delle pochissime al mondo ancora esistenti -, le ipotesi sul futuro dell’area si sono susseguite: c’è stato – e c’è tutt’ora – chi avrebbe voluto demolire l’intero complesso per la realizzazione di uno sconfinato parcheggio o di un grande centro commerciale; c’è chi ha ipotizzato di coprirlo; chi ha pensato di trasformarlo in un parco urbano; chi ancora è al lavoro per cercare una soluzione compatibile con lo stile Liberty dei corpi principali e dell’imponente ingresso su Corso Casale e con l’impianto urbano del lotto, cercando di conciliare gli interessi del pubblico – purtroppo privo delle risorse necessarie per il recupero del manufatto – e quelli di un eventuale investitore privato.

Inquadramento e consistenza del bene

Fiume Po che scorre a fianco ad un parco

[1] fiume Po e Parco Michelotti

L’edificio del Motovelodromo Fausto Coppi è situato in Corso Casale n°144 nella parte nord-ovest della città (Circoscrizione 7). Il lotto, che consiste in oltre ventiquattromila metri quadrati, è costretto tra il fiume Po e Parco Michelotti [1], da una parte, e la collina, dall’altra, in un contesto urbano privilegiato.

Arco ingresso del Motovelodromo Fausto Coppi

[2] Ingresso della struttura

L’ingresso, monumentale, è immediatamente riconoscibile [2]: posto all’angolo tra Via Castiglione e Corso Casale, questo consiste in un portale tripartito in tre fornici con archi a tutto sesto. Il portale è posto quasi frontalmente al tunnel di accesso alla pista stessa [3], che in origine fungeva da trionfale ingresso per i pistard: dalle tribune, si aveva la percezione che questi “emergessero” dal terreno quasi all’improvviso, per poi fiondarsi a tutta velocità sull’anello in cemento armato.

Tunnel di entrare della struttura sportiva

[3] Tunnel di accesso alla pista

Le tribune, originariamente divise in tre settori, erano posizionate parallelamente sul lato nord e sul lato sud. Le gradinate ovest sono le più capienti: posizionate sulla curva del paraboloide, sono realizzate in calcestruzzo e sono sempre state sprovviste di copertura. In totale, dunque, la capienza originaria del Motovelodromo contava 7 mila posti a sedere.

Anello della pista presente all'interno

[4] Pista interna in calcestruzzo

L’anello in calcestruzzo [4] misura 393 metri per 8 in larghezza; la lunghezza della pista è però insolita: quella più comune per i velodromi dell’epoca era di 400 metri esatti (in modo da poter compiere 1 km in due giri e mezzo); di 333 metri (1 km in tre giri); di 250 metri (1 km in quattro giri), che peraltro costituisce oggi lo standard delle piste richiesto dall’UCI (Unione Internazionale dei Ciclisti). I locali sottotribuna e sottopista [5], laddove l’altezza lo permetta, accolgono spogliatoi, vani tecnici, magazzini, servizi igienici.

Corridoio con varie stanze ad ogni lato

[5] Spogliatoi e magazzini

All’interno dell’anello è racchiuso un tracciato per l’atletica, composto da due corsie, e un campo in erba naturale, utilizzato negli anni passati per match di calcio e rugby, per attività ginniche, nonché per ospitare periodicamente mercatini dell’usato.

La pista, come ribadito, costituisce uno dei problemi fondamentali relativi alla manutenzione dell’impianto. Trovandosi all’aperto, questa è costantemente esposta alle intemperie; le infiltrazioni dovute al crollo delle tribune, poi, nel tempo hanno certamente aggravato la situazione. La tribuna a sud è completamente inagibile; quella a nord è più integra nella porzione inferiore, ma il prospetto su Corso Casale [6], benché non presenti caratteristiche di rilievo architettonico tali per cui possa apparire indispensabile predisporne la conservazione integrale, è comunque fortemente compromesso.

Vecchia struttura abbandonata

[6] Corso Casale

Rispetto alle tribune nord e sud, presenta un ottimo stato di conservazione l’ingresso in stile Liberty. La tribuna curva, infine, si presenta esternamente in buone conservazioni; le scale di accesso alle sedute, benché infestate da vegetazione spontanea, si ergono integre nella loro originale maestosità.

Il Motovelodromo all’interno dei circuiti ciclistici competitivi e turistici nazionali

Il Motovelodromo è già stato, nello scorso decennio e in un quadro generale migliore di quello attuale, il punto d’arrivo di alcune tra le competizioni ciclistiche più importanti del Nord Italia, come la storica Milano-Torino e il Giro del Piemonte. In più, il progetto Ven.To. del Politecnico di Milano, che ha come fine ultimo la realizzazione di una pista ciclabile che possa unire Venezia a Torino, attivato nel 2010 ma non ancora ultimato, potrebbe trovare, all’interno di un impianto sportivo rinnovato e aperto alla pubblica fruizione, la propria “stazione” di partenza/arrivo (purché vi sia la volontà politica e funzionale di riattribuire al “Fausto Coppi” la centralità che merita nel panorama ciclistico italiano).

La spinta indotta dal turismo sportivo, infatti, benché difficilmente quantificabile con esattezza, potrebbe rivelarsi cruciale nell’ottica di riqualificazione dell’intero complesso. L’ipotesi che il Motovelodromo “Fausto Coppi” possa essere parte integrante di questo progetto e, anzi, costituirne il vero e proprio punto di partenza, peraltro, è reale: già nel 2016, le intenzioni dell’allora giunta Fassino erano infatti quelle di convertire il Velò in una grande e attrezzata stazione di partenza per la pista ciclabile più lunga d’Italia. Qualsiasi possibile scenario di riqualifica dell’impianto, dunque, dovrebbe poter tenere conto di questa possibilità, che, ancor di più, potrebbe restituire al Motovelodromo la dignità e la risonanza mediatica che gli spettano.

Quale futuro?

Come detto, il dibattito sull’impianto è prepotentemente tornato ad occupare la scena politica in Città: lo scorso 4 luglio è stata approvata la delibera che prevedrà l’affido dell’impianto per 60 anni (non più 90, come inizialmente ipotizzato), necessari comunque a rientrare dell’investimento necessario – notevole – per il recupero del complesso.

Il passaggio a Palazzo Civico non è stato per nulla sereno, comunque, e l’approvazione della delibera in Sala Rossa sarà tutt’altro che scontata.

È stato deciso – ragionevolmente, a parere di chi scrive – di aumentare la superficie commerciale, al fine di attrarre l’interesse dei privati, senza il cui sostegno è chiaramente difficile – per usare un eufemismo – procedere ai lavori di restauro e valorizzazione del complesso. I vincoli principali contenuti dalla delibera riguardano la natura delle attività commerciali, che dovranno essere collegate alla pratica sportiva e non potranno avere una superficie maggiore di 250 metri quadri (al fine di evitare di realizzare l’ennesimo centro commerciale).

Ad oggi, comunque, i cancelli del Motovelodromo rimangono chiusi; un’Associazione di volontari (Pezzi di Motovelodromo), che ha a cuore da anni le sorti dell’impianto, se ne prende cura in maniera amorevole, in attesa di un investitore che abbia la disponibilità e la sensibilità necessarie a “maneggiare” un’architettura che, in molte occasioni, ha rischiato di diventare il monumento di se stessa. Rischio che, peraltro, ad oggi non è ancora sventato.