La prima cosa che viene in mente quando si parla di architettura in Giappone è sicuramente il sapiente uso del legno. Seppur questo paese è stato, ed è tuttora, sottoposto a fenomeni di entità naturale che minacciano la sua integrità – terremoti, tsunami, incendi – detiene un posto speciale nel mondo come tesoriere di beni patrimoniali che raccontano una storia.

Dettaglio di una machiya a Kyoto

La premura di tener vivida la memoria di un’epoca passata si riflette nell’impegno del paese al momento presente, dove la volontà è di tutelare i suoi beni tangibili ma anche immateriali quindi rivolto e tradizioni, tecniche di artigianato, arti, festival e via discorrendo.
A tal proposito, è indispensabile citare come questo impegno sia stato formalmente ufficializzato nel 1974, quando il Giappone entra a far parte dell’UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization).

Pagoda Yasaka

Come detto all’inizio, viene quasi spontaneo pensare al legno come materiale primario nelle architetture giapponesi, semplici quanto piene di fascino, tanto da richiamare le curiosità di coloro che sono culturalmente lontani, anche da un punto di vista religioso e spirituale. In questo senso, templi buddhisti e santuari scintoisti disegnano la silhouette dello skyline del paese del Sol Levante, fungendo da poli attrattivi per la loro distinguibile bellezza e per i particolari rituali religiosi ma, soprattutto, per il luogo in sé, dove l’atmosfera che si respira è calma e pacifica. Un vero e proprio biglietto da visita per un’oasi tranquilla.

L’inclinazione naturale, e molto comune, è quella di soffermarsi dinnanzi agli edifici più conosciuti, le cosiddette mete turistiche. Me dov’è che risiede l’insidia di questa tendenza? Che la profondità di questo popolo non venga assorbita nella sua interezza. Per comprendere la storia di un paese e le sue tradizioni bisogna predisporsi e respirarne l’essenza.
Di conseguenza, non esser viaggiatori ordinari ma con un animo che arde nel volerne sapere di più.

Addentrarsi nell’antica capitale di Kyoto potrebbe esser un incipit per questo tipo di approccio, perdendosi nelle sue vie, magari anche incrociando una cul-de-sac.

Percorrere un quartiere storico, come il distretto di Kamigyo-ku – pressochè conosciuto per la sua vicinanza al Palazzo Imperiale – permette di esser coinvolti nella tipica atmosfera tradizionale. Il ritratto di questo armonioso scenario è realisticamente rappresentato dalle Kyo-machiya 京町家 o 京町屋, le tipiche case in legno giapponesi. Il suggestivo contesto permette di lasciarsi trasportare naturalmente ad una pratica meditative – caposaldo della cultura zen giapponese – che infonde calma e permette di dimenticare il caos delle città.

Le machiya – il suffisso kyo è per contraddistinguere quelle di Kyoto – hanno la particolarità di non eccedere nell’uso di ornamenti, la facciata è pura ed essenziale, proprio come la scelta di utilizzare il legno come materiale preponderante in tutte la sua struttura. Il corpo della casa è lungo e stretto, le pareti di terra ed i tetti rivestiti di tegole.

A vederle, di primo acchito, potrebbero apparire “solo” come semplici case. In effetti, ciò che le impreziosisce è la loro storia. Risalgono al periodo Edo (1603 -1868) e sono strettamente legate ad artigiani e mercanti.

La particolarità di questa tipologia costruttiva risiede nella stessa parola che possiede un significato binomiale: machi (町) che significa città, e ya (家 o 屋) che significa casa o negozio.
Ciò che riflette quanto detto è rappresentato da come veniva sfruttato lo spazio, difatti la parte anteriore della casa veniva utilizzata come spazio per ospitare le attività ed i negozi – per questo la maggior parte delle facciate presenta delle porte scorrevoli che permettevano di esporre i prodotti – mentre la parte retrostante ed i piani superiori erano ad uso residenziale.

Planimetria di una machiya

L’interno della casa è anch’esso molto semplice, arricchito da mobili prettamente in legno e dall’uso di materiali organici che accentuano il legame con l’elemento naturale.

La pavimentazione tradizionale è detta tatami, composta da pannelli rettangolari intelaiati in legno e consolidali da un rivestimento in paglia intrecciata e pressata.
Il modo in cui sono posati i pannelli donano movimento, poiché sono disponibili in diversi moduli, ma allo stesso tempo un senso di ordine.

Le stanze sono separate da porte scorrevoli per permettere di godere delle privacy ed allo stesso tempo di creare un dialogo come se fosse tutto un unico ambiente Il retro è solitamente caratterizzato dalla presenza di un giardino, per godere della luce naturale e per farla filtrare all’interno della casa.

Sebbene il lusso che promettono le nuove abitazioni sia ammaliante, questa tipologia di casa tradizionale attrae molti sguardi, bramosi di immergersi in un ambiente completamente diverso, quasi opposto da un punto di vista occidentale.

Pareti scorrevoli

L’architetto tedesco Bruno Taut è stato attirato dalla volontà di voler capire cosa rendesse così speciali ed uniche queste abitazioni, al punto da intraprendere un viaggio e scriverne successivamente un libro “House and People of Japan”.

Nell’assoluto silenzio che regnava mi resi conto delle linee parallele, perfettamente definite, delle porte scorrevoli, delle superfici intonacate senza pittura, degli elementi in cedro, completamente privi d’ornamento (…).
Alla fine mi sentii pronto, spensi la lanterna e mi coricai. Eravamo lì, a dormire dentro una lanterna di carta – così la stanza appariva – ricolma della luce lunare, stranamente diffusa e delicata.