Foto in bianco e nero di persone che ammirano una struttura e il paesaggio

La necessità di vivere all’ “aperto” i luoghi in cui abitiamo

Ci siamo ritrovati improvvisamente in un periodo di emergenza, dovuta alla pandemia Covid-19, in cui tutte le nostre consuete abitudini sono state bruscamente interrotte. Ci siamo dovuti adeguare a nuovi modi di vivere e di lavorare, riscontrando difficoltà e superandole pian piano, cercando di essere il più possibile resilienti.

In questi ultimi mesi ci siamo sentiti come uccelli chiusi in gabbia, costretti a guardare il mondo esterno esclusivamente attraverso i vetri delle nostre finestre e a comunicare solamente attraverso i monitor dei nostri computer o gli schermi dei nostri cellulari e tablet, senza poter godere del solito contatto umano che costituisce il perno della socialità, caratteristica che ci contraddistingue da sempre.

Scatto in bianco e nero dalla finestra verso la città di Vercelli

Scatto dalla finestra verso la città di Vercelli (VC), Marzo 2020

Sono solo alcune settimane che il lockdown è stato allentato, ed è stato proprio in questi giorni che abbiamo potuto finalmente, con le dovute precauzioni, rivedere di persona i nostri cari e soprattutto riappropriarci degli spazi all’aria aperta delle nostre città. Quanto ci sono effettivamente mancati?

Ho riflettuto molto in questi mesi su tutto questo; ho desiderato con tutta me stessa, oltre che poter riabbracciare tutte le persone a cui voglio bene, di poter pedalare ancora una volta sulla pista ciclabile della città in cui mi trovo, di poter attraversare ancora i grandi viali alberati e godere dell’ombreggiatura del verde seduta su una semplice panchina di legno.

Mi sono chiesta quindi: quanto e come influisce, di solito, la frequentazione di un parco urbano sulla vita di tutti i giorni? Quanto è insita in noi la necessità di vivere un luogo anche attraverso i suoi “spazi naturali”? E, quindi, quanto può essere importante la progettazione degli spazi verdi per una comunità all’interno dei vari quartieri e luoghi in cui essa vive? È così che ho iniziato a riflettere, ancora una volta, su una branca (se così si può definire) dell’architettura che mi sta molto a cuore: l’architettura del paesaggio.

L’architettura del paesaggio è un tipo di architettura che non si realizza esclusivamente con i classici materiali da costruzione, e che, seppure si vesta di magici ragionamenti spaziali, non crea luoghi chiusi in sé, o aperti metaforicamente verso l’esterno, ma è essa stessa l’esterno. Nelle architetture del paesaggio convivono hard e soft landscaping, ossia coesistono classici materiali, come la pietra o il calcestruzzo, il legno o ancora il corten, e così via, e i materiali che respirano, ma che respirano davvero: le piante.

Parco Querini con prato verde

Parco Querini, Vicenza (VI), Aprile 2014

Le architetture ci parlano, hanno un’anima, per essere davvero architetture devono entrarci dentro e da lì possiamo capire quali affinità abbiamo con esse, se ce ne sono, se ce ne saranno. Io ho scoperto tante affinità con l’architettura del paesaggio, con quelle architetture che non provengono dall’idea primordiale di avere un tetto sopra la testa, ma piuttosto da quella di vivere appieno, a volte in simbiosi con la natura altre no, un luogo.

Qualcuno potrà presuntuosamente pensare che il paesaggio non ha niente a che vedere con l’architettura, ma stiamo parlando di Architettura del Paesaggio, di Progettazione del Paesaggio e non esclusivamente di Paesaggio.

“Paesaggio” e “Progetto”

L’enciclopedia Treccani ci dice che il “paesaggio” è quella “parte di territorio che si abbraccia con lo sguardo da un punto determinato. Il termine è usato in particolare con riferimento a panorami caratteristici per le loro bellezze naturali, o a località di interesse storico e artistico, ma anche, più in generale, a tutto il complesso dei beni naturali che sono parte fondamentale dell’ambiente ecologico da difendere e conservare.”

Il paesaggio, però, non è solo ciò che essenzialmente esiste in natura o nell’essenza storico-culturale, ma è, come afferma anche Michael Jakob nel suo libro “Il paesaggio”, la somma del soggetto che ammira, per esempio, la natura (interessandosene, amandola) e la natura stessa. Perché, lo si sa, ognuno di noi guarda, sente, percepisce in maniera diversa. Perciò pensate quanto sia bello immaginare quante sfumature di un paesaggio possano esistere! Ognuno di noi, amando un luogo, già crea paesaggio, anche solo ammirandolo.

Foto in bianco e nero del Parco Nazionale della Sila con alberi e capanno

Parco Nazionale della Sila, Maggio 2018

Un contadino guarda le sue terre, arate e coltivate, in maniera totalmente diversa da come le guarda un esploratore. Ecco, quindi, abbiamo già due paesaggi diversi. È una questione di fatica, amore, lavoro, sudore, sopravvivenza, per il primo, una questione di cuore, di poesia, di studio, di scoperta, di interesse, per il secondo.

Cosa succede, poi, quando è l’uomo a metterci lo zampino? Cosa succede se l’uomo inizia a progettare un “paesaggio”, a modificare un luogo in base alle regole della progettazione?

Fin dall’antichità l’uomo ha sentito il bisogno non solo di ripararsi dalle intemperie costruendosi una “casa”, ma anche di, per esempio, coltivare la terra, in un ordine ben preciso, seguendo le stagioni, scegliendo un luogo piuttosto che un altro per il tipo di terra, e così via. Ma non solo tutto questo. Ha pian piano sentito il bisogno di regalarsi, magari vicino casa, un giardino, in cui sostare, in cui godere di un momento di tranquillità, di silenzio, incominciando quindi, a modificare, a suo gusto, il luogo che lo attorniava.

Effettivamente, la percezione che l’uomo ha avuto del paesaggio nel tempo è cambiata parecchio, basti osservare la sua rappresentazione nell’arte, come ci mostra sempre Jakob nel suo libro. L’uomo passa dalla rappresentazione di sé stesso sempre in primo piano, lasciando il paesaggio all’inizio assente, poi debolmente presente, sullo sfondo, fino ad arrivare sempre di più ad ingigantirlo, a mostrare effettivamente la sua prepotente presenza. Alla fine, molti artisti hanno finito per renderlo definitivamente protagonista; basti pensare a Manet, Van Gogh, Cézanne, Pissarro, Renoir.

Quadeo “L'Hermitage a Pontoise” di Camille Pissarro esposto al Guggenheim Museum di New York

“L’Hermitage a Pontoise” di Camille Pissarro esposto al Guggenheim Museum di New York, Settembre 2019

Si è arrivati ad un punto nella storia, in cui ci si è resi conto di non essere esclusivamente noi, uomini, al centro dell’universo, ma di essere immersi pienamente nei luoghi, di farne parte, fino ad arrivare a pensare ed ammettere di essere in realtà puntini in mezzo all’infinito. Questo ha fatto sì che si creasse un rapporto diverso con la natura, ma in generale con i luoghi stessi, tentando sempre di più, in qualche modo, di renderli parte attiva della vita di tutti i giorni.

Arriviamo quindi così a parlare di progetto. Riguardo alla parola progetto, l’enciclopedia Treccani ci dice invece: in ingegneria e architettura, il complesso degli elaborati (disegni, calcoli e relazioni) che determinano le forme e le dimensioni di un’opera da costruire, ne stabiliscono i materiali, il modo di esecuzione, le particolarità costruttive […]

Si può evincere da subito che un progetto non racchiude esclusivamente termini riguardanti case, ville, edifici pubblici e quant’altro, ma che esso possa essere ricondotto anche ai giardini, fino ai grandi parchi urbani. Lì dove si determinano forme e dimensioni di una pista ciclo-pedonale, che sia a quota 0.00 m o sopraelevata, o addirittura, magari, seminterrata, di aiuole e bordure, di prati, di semplici sedute o di gradonate, di spazi di aggregazione sotto la pioggia o al coperto.

Se ne determinano quindi i materiali, e in questo particolare caso, si sceglie la vegetazione che farà parte integrante di questo progetto. Dai tappeti erbosi e le graminacee alle piante arbustive e agli alberi. Si stabiliscono, anche qui, le particolarità costruttive, la necessità di pensare all’acqua piovana, e quindi ai sistemi di convogliamento e smaltimento, a come verrà realizzato un percorso fatto di una pavimentazione di pietra o di calcestruzzo, o magari di uno realizzato in terra stabilizzata.

Rigenerazione urbana e partecipazione

La progettazione del paesaggio, poi, è parte integrante dell’urbanistica, fatta non solo di edifici per ogni destinazione d’uso, ma anche e soprattutto di infrastrutture, reti, aree agricole e anche di parchi.

Proprio in relazione all’urbanistica, già dalla fine del secolo scorso, ci si sta rendendo sempre più conto di come lo spazio urbano vada recuperato, rigenerato, piuttosto che ancora costruito. La rigenerazione urbana non riguarda esclusivamente un edificio, un complesso di edifici, ma riguarda la maggior parte delle volte intere parti di territorio, abbandonate, cadute in disuso, diventate a tutti gli effetti non-luoghi.

Esse possono derivare dal processo della produzione sterminata di aree urbane, quasi come sfridi di questa sfrenata urbanizzazione, altri invece, caduti in disuso a causa di importanti cambiamenti economico-sociali. Per non parlare poi dell’importante fenomeno dei cambiamenti climatici, che ci invita davvero, sempre di più, a ripensare i nostri spazi, rigenerandoli, nell’ottica della salvaguardia della nostra casa, il mondo, per il benessere di tutti i suoi abitanti, compresi noi uomini!

L’High Line di New York con area verde tra gli edifici

L’High Line di New York, Settembre 2019

Si può assolutamente dire che l’architettura del paesaggio entra prepotentemente nella maggior parte di tutti questi nuovi processi di rigenerazione. Ma attenzione, la rigenerazione non riguarda solo i processi costruttivi, essa deve, infatti, guardare oltre, fino alle logiche economiche e soprattutto sociali.

Non dobbiamo mai dimenticarci, infatti, che l’urbanistica, come anche l’architettura del paesaggio, pratiche necessarie per la rigenerazione del territorio, non devono tralasciare affatto una componente fondamentale per la loro riuscita. Questa componente non è altro che la risorsa umana, volgarmente, ma più umanamente detta “persone”.

Le persone devono influire e confluire, con il loro modo di fare e di pensare, in maniera preponderante nelle scelte progettuali riguardanti un luogo che esse vivono ogni giorno, ciascuno in maniera diversa. Perché è per loro che lavoriamo, e quindi dovremmo farlo con loro. La storia ci insegna che le imposizioni dall’alto, se pur con tutte le buone intenzioni di questo mondo, abbiano tante volte combinato poco meno che disastri. Non ha funzionato e non funziona ancora. Il dialogo con le persone che vivono un luogo è esso stesso una componente del processo e, poi, del progetto.

Ecco che ci ritroviamo a collegare all’architettura del paesaggio anche la cosiddetta “partecipazione”. Il dialogo con le comunità ci permette non solo di capirne i bisogni e le necessità, ma anche di guidarle verso uno sguardo diverso dei luoghi in cui vivono.

La figura dell’architetto paesaggista, ma in generale quella dell’architetto, diventa quasi una guida per chi subirà le trasformazioni del territorio. Con le sue conoscenze e competenze migliorerà il territorio, ma lo farà in accordo alle comunità, che sentiranno il cambiamento non come qualcosa di lesivo, ma piuttosto come una nuova opportunità di cambiamento e di crescita.

Conclusioni

È davvero difficile, in un unico articolo, coniugare tutto ciò che è insito nei processi che portano ad una vera e accurata progettazione del paesaggio e quindi alle architetture del paesaggio. Spero che questa serie di piccole riflessioni, però, abbiano potuto contribuire alla nascita nel lettore di un interesse e di una curiosità maggiori verso quelli che sono i temi (che continuano comunque a cambiare ed evolversi ogni giorno sempre di più) che riguardano l’architettura del paesaggio e le trasformazioni che riguardano o riguarderanno i luoghi che viviamo.